Bella l’Unione Europea finché non si parla di accise

Quest’oggi voglio parlarvi di un problema (risolvibile) che abbiamo riscontrato incontrando ristoratori, proprietari di enoteche e negozi di prodotti italiani all’estero. Per tagliare la filiera di vendita all’estero abbiamo deciso di far conoscere i nostri prodotti direttamente a titolari di ristoranti, a chef e a negozianti di tipicità italiane in modo da avere un rapporto diretto con il cliente (lo so può sembrare assurda questa strategia ma l’abbiamo scelta per due motivi: abbiamo prodotti gourmet e se convinciamo già il cliente i distributori avranno più voglia di ascoltarci).

Tornando a noi, l’Unione Europea ha semplificato in maniera straordinaria i transiti commerciali intracomunitari: libero trasporto, fattura esent’IVA ex Art. 41, comunicazione INSTRASTAT, documento di trasporto riconosciuto in tutta Europa e quant’altro. Questo vale per la maggior parte dei prodotti agroalimentari ma quando si parla di vino o alcolici iniziano i primi problemi nati dalle famose accise. La Comunità Europea, infatti, ha lasciato liberi gli Stati membri nel legiferare su questo argomento per regolarizzare l’entrata delle bevande alcooliche nello stato membro. Ogni Stato ha la piena libertà di decidere a quanto ammonta l’accisa per gli alcoolici importati ma soprattutto ogni Nazione ha un dazio differente.

Accise sul vinoMa il vero problema non è questo perchè ciò che impedisce il libero scambio di merci e prodotti (principio base su cui è nata l’UE) è che per vendere vino all’estero è necessario rivolgersi a chi, nello stato estero, ha un numero di registro accise che gli consente di pagare questo dazio nel paese di destino. Quindi, bisogna rivolgersi ai grandi distributori con tutti i vantaggi e svantaggi del caso e non si può interpellare direttamente il ristoratore o il negoziante perchè non hanno un numero accise o se lo hanno cercano di evitare la burocrazia del caso. Il problema non sussiste per le cantine vitivinicole che hanno un grande nome e che riescono a competere nei mercati esteri e a trovare con facilità un distributore, ma se un piccolo produttore, dopo l’esposizione in una fiera, viene contattato da uno chef inglese che vuole 24 bottiglie di vino nel suo ristorante? Il produttore si troverebbe con le mani legate!

Come ho anticipato nelle primissime righe dell’articolo il problema è risolvibile in quanto:

  • l’accisa va pagata da chi compra all’estero e non dal produttore italiano;
  • bisogna avere rapporti commerciali con una controparte che abbia il numero accise e che sia in corso di validità;
  • il produttore italiano, nella fattispecie la cantina, essendo nella maggior parte dei casi un deposito fiscale deve emanare il DAA telematico (e-AD o DAT) in cui riporterà, oltre a tutta una serie di informazioni sul prodotto, l’accise italiana che è pari a zero ed i dati della controparte estera che avrà il dovere di pagare l’accise applicabile nel Paese di destino;
  • se il produttore non è deposito fiscale e quindi non può emettere il DAA telematico, può avvenire una triangolazione in quanto l’accise ed il suo pagamento non segue la proprietà del bene;
  • chi emette il DAA telematico (produttore o terzo) è responsabile, secondo l’Agenzia delle Dogane Italiana, del mancato pagamento delle accise da parte del cliente nella Nazione estera.

Se avete suggerimenti, informazioni o critiche in merito sarò lieto di leggere i vostri commenti e condividere questa esperienza con tutti voi.

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